29.11.2025
Mestieri del Cinema: Davide Lomma racconta Lomma Factory
Per la rubrica Mestieri del Cinema, Davide Lomma, regista e fondatore di Lomma Factory, racconta il suo percorso nel cinema documentario e nella produzione indipendente marchigiana.
29.11.2025
Nuovo appuntamento con "Mestieri del Cinema", la rubrica mensile di Marche Film Commission dedicata questa stagione alle case di produzione marchigiane che stanno costruendo un modello produttivo innovativo e radicato nel territorio.
Davide Lomma, originario di Pesaro, è regista, produttore e presidente di CNA Cinema Pesaro e Urbino. Nel 2023 ha fondato Lomma Factory, casa di produzione con sede a Pesaro che si dedica a documentari culturali e progetti di finzione radicati nel territorio marchigiano. Il suo documentario L’ultima Isola, vincitore dell’Audience Award al Biografilm Festival 2024, racconta con rigore formale e profonda sensibilità umana la storia di otto amici di Lampedusa che nel 2013 salvarono 47 persone da un naufragio.
Con una formazione in antropologia e anni di esperienza a Roma come ispettore di produzione, Lomma ha scelto di tornare nelle Marche per costruire un modello produttivo che unisce ricerca autoriale, sostenibilità economica e valorizzazione delle competenze locali. In questa intervista ci racconta il suo metodo di lavoro, le sfide del cinema indipendente e la sua visione per lo sviluppo del settore audiovisivo marchigiano.
L’antropologia mi aiuta tantissimo nel raccontare storie, ed è proprio il motivo per cui ho scelto di specializzarmi in questa disciplina. È una postura con cui ci si pone rispetto alle storie, basata sull’idea dell’osservazione partecipata: cercare di entrare molto dentro una storia prima di aprire bocca, ascoltare tanto prima di dare la propria opinione su un argomento.

È una postura che mi ha sempre aiutato nel raccontare storie. Ho intrapreso questa specializzazione dopo alcuni anni di lavoro in produzione, quindi è stata per me un’evoluzione naturale. Avevo già iniziato a lavorare nell’ambiente cinematografico, in particolare a Roma come ispettore di produzione, ma quello che volevo davvero fare era raccontare storie.
Sentivo che mi mancavano degli strumenti non solo narrativi, ma anche umani per entrare dentro le storie. L’antropologia mi ha dato questo approccio che cerco di portare sia nei documentari, nel cinema del reale, che nei film di finzione.
La scelta di tornare è stata naturale: sono sempre rimasto legato a Pesaro e alle Marche con tantissimi progetti. Anche nei 10 anni trascorsi a Roma, ho sempre continuato a portare avanti progetti a Pesaro, perché sono molto legato a questa terra.
Ho anche visto un cambiamento in questi anni: 15 anni fa mi sembrava fondamentale stare fisicamente a Roma per poter lavorare nel cinema, mentre oggi tutto si è molto più delocalizzato. Roma è diventata molto complessa anche dal punto di vista logistico per le riprese, quindi tante produzioni decidono di girare in altre regioni e città.
L’idea di poter avere un territorio che conosco molto bene, a cui sono legato sia professionalmente che affettivamente, e in cui poter sviluppare e far crescere delle storie era un piccolo sogno che si è realizzato con l’apertura della società di produzione. Abbiamo già prodotto un documentario e abbiamo altre cose in sviluppo.
Il ritorno nelle Marche è stato così naturale, ma anche frutto di un cambiamento nel mercato, per cui si è molto più liberi di creare storie senza dover per forza stare nei grandi centri.
Abbiamo sempre cercato di dare anche alla pubblicità il nostro taglio. Ad esempio, da qualche anno portiamo avanti un format che abbiamo mutuato dall’America e portato in Italia ormai sei, sette anni fa: si chiamano Infomercial, sono cortometraggi a scopo commerciale.
L’idea è avere una troupe, degli attori, un set di un cortometraggio a tutti gli effetti. Anche la scrittura usa sceneggiatori di cinema, è proprio un cortometraggio completo ma a scopo commerciale, di solito di taglio comico.
È un format che è andato molto bene ed è per noi una palestra per le troupe che testiamo, per gli attori. Ci permette di avere set molto rapidi e sempre frequenti e, d’altra parte, di tenere insieme una parte commerciale che ci aiuta a sostenere tutti i progetti di sviluppo, tutto quello che portiamo avanti con la parte più di produzione cinematografica.
È un bel mix perché la produzione di quei video attiva tutto ciò che c’è in un set: c’è una troupe di almeno una decina di persone, attori spesso di cinema. È stata una grande palestra in passato e adesso è un’attività parallela che seguono anche altri oltre a me, ma che portiamo avanti come produzione. Questo mi permette di avere entrate per sostenere anche altri progetti, non solo L’ultima Isola, ma anche altri documentari e racconti che stiamo portando avanti.
L’ultima Isola ha avuto una gestazione particolare. Mi sono imbattuto nella storia nel 2017 ed è iniziata una lunga fase di ricerca. Volevo fare un documentario su questa storia, ma per l’approccio antropologico di cui ti parlavo, prima di prendere in mano la macchina da presa ci ho messo tantissimo per capire qual era il taglio corretto da dare. Ci sono già tanti film che parlano di migrazioni ed è un tema spesso trattato in maniera superficiale, quindi volevo fare qualcosa di diverso.
Questa fase di ricerca è durata quasi quattro anni, durante i quali ho frequentato molto l’isola cercando di utilizzare quell’osservazione partecipata. Al termine di questa fase è venuta l’idea di raccontare questa storia in maniera molto formale, non didascalica, molto rigorosa anche dal punto di vista estetico.
La fotografia, ad esempio, ha la macchina sempre su cavalletto, immobile, utilizzando soltanto un’unica lente per tutto il film. Gli intervistati sono seduti su una sedia tutti nello stesso modo, non c’è repertorio, non ci sono immagini di copertura sulle interviste. Abbiamo cercato di togliere tutti gli orpelli per arrivare al cuore della storia e togliere anche la retorica, che per questa tematica è sempre rischiosa.

L’idea è venuta subito, da quando mi sono trovato per caso con questo gruppo di otto amici durante una serata in cui festeggiavano una sorta di compleanno che in realtà è l’anniversario di un evento drammatico: un naufragio.
Durante quella notte questo gruppo di amici ha salvato 47 persone, quindi ogni anno un gruppo di sopravvissuti torna per festeggiare un momento di rinascita, come se fosse un compleanno collettivo, una giornata di rinascita collettiva in cui la loro vita è cambiata.
Io mi sono trovato con loro per caso durante questa cena, questa celebrazione, e il caso vuole che quel giorno sia il 3 ottobre, che è anche il giorno del mio compleanno. Nel momento in cui tutte queste casualità si sono palesate, mi è venuta subito voglia di raccontare questa storia in un film.
Gli otto amici protagonisti però non erano subito d’accordo. Sono persone molto attente a non strumentalizzare questa storia, persone di cui mi sento onorato dell’amicizia.
In tutta la fase di produzione del film quello che volevo fare era non tradire la loro fiducia, non tradire la loro amicizia. La delicatezza che ho cercato di dare al film è frutto di questo desiderio di fare in modo che loro fossero contenti del racconto che ne veniva fuori.
Non penso che, soprattutto nel cinema del reale, queste cose si possano fingere. Quella intimità, quell’amicizia che penso traspaia dalle interviste, l’abbiamo creata davvero. Non è frutto di una strategia, ma di un frequentarsi, di un conoscersi, di uno stimarsi a vicenda. È proprio frutto di questo passare tanto tempo insieme.
In questi anni di ricerca sono stato a Lampedusa almeno un paio di volte all’anno e in questo tempo ho cercato di entrare davvero nelle scarpe di questi personaggi che poi sono diventati amici. Li ho intervistati tante volte, a volte con la camera, una piccola camera che portavo con me, a volte senza nulla, semplicemente facevo domande.
Quando poi abbiamo registrato le interviste con la troupe, era forse la quarta, quinta volta che li intervistavo e ponevo quelle domande. Il tutto è spontaneo proprio perché è frutto di questo lavoro precedente che non si vede, è la punta dell’iceberg di una relazione costruita nel tempo.
Non sempre c’è la possibilità di approcciarsi così alle storie. A volte si hanno tempistiche molto strette per girare un documentario. In questo caso, essendo un progetto che non aveva scadenze, mi sono permesso il lusso di poter lavorare così tanto per arrivare a quella spontaneità che poi si vede nelle interviste.
Non abbiamo utilizzato video di repertorio non perché non ci fossero, ma per scelta. Crediamo che tutti noi siamo molto assuefatti da queste immagini. C’è un’assuefazione tale che è come se entrassimo nel pilota automatico quando le vediamo, proprio perché siamo abituati a vederle in televisione, ai telegiornali.
L’idea era fare un viaggio molto più profondo, un viaggio nell’immaginazione. Quello che volevamo ricreare era quasi come leggere un libro: tu senti delle parole e ti costruisci nella mente quelle immagini, immagini che sono molto più potenti delle immagini di sofferenza spiattellate per spingerti a provare un’emozione.
Pensavamo che questo racconto, in cui chiediamo allo spettatore di fare uno sforzo ulteriore – di immaginarsi tutto, di vivere quelle emozioni in maniera interiore – lo portasse a vivere un’esperienza molto più profonda di compassione e co-partecipazione alle vicende.
Volevamo uscire da quella che a volte chiamiamo “pornografia del dolore”, l’idea di voler raggiungere l’emozione mostrandoti con violenza immagini forti, immagini che purtroppo spesso sortiscono l’effetto opposto: quello di staccarti o di indifferenza.
Abbiamo lavorato a sottrarre, a togliere tutto. Oltre a non esserci repertorio, non c’è neanche musica, se non una sul finale. Per il resto è tutto sul silenzio e sui suoni dell’isola. L’idea è non forzare in alcun modo una reazione nello spettatore, ma fare in modo che sia lui che piano piano entra nella storia e vive quello che viene raccontato dalla voce dei protagonisti.
Il film ha ricevuto tantissimi complimenti per la fotografia e questi li rigiro tutti su Emanuele Pasquet, che è un direttore della fotografia di grande talento, lavora tantissimo ed è un grande professionista. Molte scelte visive nascono da lui, dal confronto con lui.
L’idea di essere così rigorosi formalmente è stata condivisa: ci siamo dati delle regole molto rigide a livello visivo e le abbiamo rispettate per tutto il film, per raccontare anche la bellezza dell’isola.
La storia è molto drammatica mentre Lampedusa, se la visiti, è veramente un piccolo paradiso. Questo chiaroscuro, questo scontro tra opposti ci affascinava molto e abbiamo cercato di renderlo con la fotografia del film, con questi blu, questa terra, questi contrasti tra cielo, mare, terra e spiagge.
Anche l’idea di utilizzare droni statici è nata da questo confronto: come la camera non si muove mai sulla terra ed è sempre su cavalletto, anche in aria il drone è sempre statico, come se fosse un grande cavalletto nel cielo.
C’è anche un triplo cambio di formato durante la narrazione: l’isola utilizza un cinema scope, mentre le interviste sono in 4:3 e il repertorio in 16:9.
L’idea era trattare l’isola come se fosse il nono protagonista. Ci sono gli otto personaggi che parlano e poi, quando parla l’isola, non c’è nessuno che ci parla sopra. Sentiamo i suoni dell’isola, come se fosse un personaggio che ci parla.
Tutto il film è girato in 16 millimetri con un’unica lente, un 50 millimetri per la seconda camera delle interviste. Gran parte della componente visiva è merito di Emanuele, che ha davvero inciso tanto sulla fotografia del film.
Gianfranco si è occupato del sonoro e abbiamo fatto anche qui un lavoro in sottrazione: niente musiche, dare largo spazio ai suoni dell’isola. Come dicevo, abbiamo trattato l’isola come se parlasse. I suoi suoni hanno un volume, una presenza nel mix, proprio come se fosse un personaggio che parla.
La terza persona fondamentale da ricordare, oltre a Emanuele e Gianfranco, è Jacopo Reale, il montatore. Anche lui ha grande esperienza di documentari e non solo, e ha contribuito tantissimo a questo rigore nel montaggio, a lavorare sempre in sottrazione per arrivare al nocciolo della storia, al diamante grezzo che si portava dentro.
Jacopo è stato anche il montatore de L’amor fuggente, la commedia romantica, quindi con lui il rapporto prosegue da tempo. Quando si fa un film spesso si ricorda soltanto il regista, ma queste figure – Emanuele, Gianfranco e Jacopo – sono state chiave nella riuscita del documentario.
Nessuno dei tre è marchigiano: sia Gianfranco che Emanuele hanno fatto l’Accademia con me a Roma e ci siamo incontrati là.
Le difficoltà maggiori sono state legate alla tematica. Era difficile su carta far capire come volevamo impostare questo documentario.
Tutte le idee che ti ho raccontato – sottrarre, non utilizzare il repertorio – sono un approccio un po’ anticommerciale sulla carta, quindi abbiamo trovato molte resistenze nel non fare un progetto che strizzasse l’occhio a una spettacolarizzazione del dolore.
Anche per come nasce il progetto, con una modalità molto indipendente, e la necessità di andare con una piccola troupe per le riprese – proprio perché avevamo a che fare con persone comuni e meno eravamo invadenti più saremmo riusciti a tirare fuori la verità della storia – a un certo punto della fase di ricerca finanziaria è nata l’idea di produrlo totalmente in modo indipendente.
Tramite Lomma Factory abbiamo prodotto il film con risorse proprie e fatto una ricerca finanziaria al di fuori dei classici bandi, quindi da fonti private.
In particolare abbiamo trovato sostegno da un gruppo di investitori svizzeri del Ticino, della parte italiana, che si sono innamorati del progetto e sono entrati in associazione in partecipazione, cofinanziando l’opera. Essendo un piccolo documentario, siamo riusciti a chiudere la parte finanziaria tra risorse proprie e questi finanziatori svizzeri.
Questa storia era un pezzo di cuore, ci credevamo tantissimo, ma la parte di distribuzione mi ha veramente stupito. Sinceramente non pensavamo a un’accoglienza di questo tipo, sia da parte dei festival che del pubblico.
La prima internazionale è stata al Biografilm, il festival di Bologna, che per i documentari è uno dei festival più importanti italiani e non solo. Non solo eravamo in concorso, ma abbiamo vinto l’Audience Award, il premio del pubblico.
Da lì siamo stati a un altro festival molto importante in Francia, il Fipadoc, uno dei festival più importanti francesi dei documentari, dove abbiamo fatto la prima proiezione fuori dall’Italia. Da lì abbiamo iniziato a girare tanto in Francia: il documentario sta andando molto bene e ha fatto quasi dieci festival in Francia.
A dicembre sarà in Giappone, a un festival dell’ONU HCR e proiettato in un cinema di Tokyo dall’Istituto di Cultura Italiano. È stato anche a Los Angeles, al Festival Los Angeles Italia. Dal punto di vista festival ha avuto ed sta avendo un percorso molto bello.
Agganciato ai festival, in sala è andato molto bene: è il documentario autodistribuito con più incassi in sala nel 2025. Tra i documentari in assoluto è il quindicesimo con più incassi, ma tra quelli autodistribuiti, quindi da un distributore indipendente regionale, siamo i primi per incassi.
È stata una bella soddisfazione perché abbiamo ricevuto molto affetto in sala. Tante persone, dopo una proiezione, venivano a chiederci di proiettarlo in altre città, e così piano piano, a macchia d’olio, si è diffuso. Parlo al presente perché siamo ancora in questa fase di sale: la finestra più importante si è ridotta, ma stiamo ancora facendo proiezioni in tutta Italia.
La cosa che mi ha colpito di più, soprattutto della parte festivaliera all’estero, è che il documentario va con i sottotitoli.
È un documentario molto parlato, più di un’ora praticamente solo di persone che parlano, quindi ho sempre pensato che con i sottotitoli non potesse funzionare più di tanto. In realtà la grande sorpresa è stata proiettarlo in Francia, con i sottotitoli in francese, e al termine della proiezione avere una sala di persone commosse a cui comunque il film arrivava. È un documentario di una storia di un’isola remota nel sud dell’Italia che può toccare e colpire anche fuori dall’Italia.
Sono curioso di vedere anche le proiezioni in Giappone di dicembre, sono stupito che questa storia possa arrivare a queste latitudini emozionandole.
L’idea di costituire una casa di produzione è nata al termine delle riprese del mio primo film per il cinema, L’amore fuggente, una commedia romantica prodotta e girata totalmente a Roma.
In quel periodo, tra pre-produzione e post-produzione, mi sono impegnato per quasi un anno e mezzo, seguendo tutte le fasi dalla scrittura al montaggio.
Avendo una collaborazione stabile da tanti anni con Raffaello Saragò, un produttore esecutivo molto esperto, insieme è nata l’idea di poter avere una piattaforma in cui sviluppare progetti più piccoli, di cui potevamo curare totalmente la produzione.
In particolare in quel periodo avevamo L’ultima Isola, che era proprio in fase di inizio riprese, quindi era un periodo caldo per quel documentario. Abbiamo deciso di unire le due cose: aprire la società e utilizzare L’ultima Isola come prova generale di prima produzione totalmente indipendente sviluppata da Lomma Factory.
Oltre a produrre documentari, l’idea è essere anche un incubatore di storie di finzione, quindi avviare sviluppo e scrittura di diverse sceneggiature per poi agganciarsi a produzioni più grosse per la realizzazione.
Non solo produzione di documentari, ma anche sviluppo e scrittura di storie che poi proponiamo a società più strutturate per produrle insieme.

Per la vocazione allo sviluppo di storie cerchiamo di essere molto ricettivi. Riceviamo tantissime proposte e cerchiamo di essere aperti a tutte le storie che avvengono vicino al nostro territorio. Non siamo solo di base nelle Marche: ci teniamo molto a raccontare questa terra perché pensiamo sia piena di storie che aspettano solo di essere raccontate.
Storie veramente epiche, con risvolti internazionali che, come quella che parte da Lampedusa, possono toccare persone in tutto il mondo. Lo stesso può succedere con le storie del nostro territorio, che possono trattare tematiche universali.
Cerchiamo anche di andare a scovare sia storie vere per documentari che di recuperare leggende e storie del territorio da trasformare in film di finzione. Abbiamo questi due binari.
Per quanto riguarda le squadre, oltre alla parte di cinema portiamo avanti tanta pubblicità, giriamo tanti set pubblicitari da tanti anni. La squadra che porta avanti questi set è marchigiana, tutta della zona di Pesaro e dintorni. Lo zoccolo duro della troupe è sempre stato di Pesaro e dintorni.
Per tutti i reparti, producendo tante cose – non solo documentari ma anche pubblicità e cortometraggi – abbiamo una squadra ben rodata del territorio con cui giriamo sempre.
Per i capi reparto e i ruoli chiave guardiamo sicuramente quello che hanno fatto, per vedere se c’è qualcosa che si può associare ai nostri progetti. Il nostro territorio è davvero pieno di talenti, persone con grandi competenze ed esperienza.
Per la troupe c’è un fattore di conoscersi, lavorare insieme, di cercare di stare più tempo sul set insieme per creare una squadra che, nel momento in cui c’è un progetto da affrontare, sia già pronta e affiatata.
Lavoriamo su due binari: da una parte cercare di avere persone che si conoscono e lavorano bene insieme, dall’altra esplorare e guardarsi intorno per coinvolgere le persone più adatte alla sensibilità di un determinato progetto.
La distribuzione anche in sala sta andando bene, quindi tutto concorre allo sviluppo di nuovi progetti.
Come regista sto lavorando in questo momento a un documentario su Enrico Mattei e le Marche, sul racconto della figura importante che è stato Enrico Mattei, nato nelle Marche e che ha avuto tutta la prima parte della sua vita a Matelica.
Stiamo proprio girando un documentario su questa fase della vita di Enrico Mattei con una troupe totalmente marchigiana. Il progetto si svolge tutto tra Matelica e dintorni. Questo è il primo progetto che vedrà la luce prossimamente.
Su altri progetti futuri sono un po’ top secret, nel senso che sono in fase di sviluppo embrionale ed è sempre difficile parlare di progetti quando non sono partiti. Ci sono sia progetti documentari che di finzione.
Come autore ma anche come produttore esecutivo, abbiamo in sviluppo dei documentari di cui non seguo la regia, ci sono altri registi. In particolare spero che l’anno prossimo sarà pronto un primo documentario di un autore marchigiano che stiamo producendo. In sviluppo abbiamo diverse storie che sono avvenute a Pesaro e dintorni, tutte storie che nascono e si sviluppano nelle Marche.
Di questo specifico progetto non posso ancora dare più dettagli perché siamo in una fase ancora embrionale e delicata. È una storia su cui crediamo tanto.
La responsabilità che sento è sempre quella di portare fuori storie belle, non solo per far quadrare un bilancio finanziario o concludere un progetto, ma che possano poi uscire in sala, toccare le persone, essere storie che vengano davvero viste. Siamo in un periodo molto particolare del mercato in cui si produce tanto e la possibilità di distribuire è bassa, molto inferiore a quanto viene prodotto.
La responsabilità è raccontare storie che poi abbiano le gambe per camminare, non solo per essere prodotte.
Questo è un periodo di grande fermento per le Marche. Come presidente provinciale di CNA, quello che sento come esigenza è creare una consapevolezza, creare una rete.
Voglio mettere in collegamento tutti gli operatori che a volte sono un po’ scollegati tra loro e iniziare a ragionare davvero come un comparto produttivo, come industria, come capacità di un gruppo di società di creare e distribuire storie.
L’obiettivo è non essere solo il territorio in cui vengono girate le storie, ma essere noi i protagonisti del racconto delle nostre storie.
Come CNA lo facciamo già da anni, ma con questo nuovo ruolo vorrei far acquisire al comparto sempre più consapevolezza e forza. Mettendoci insieme, abbiamo la possibilità di farci sentire ai tavoli istituzionali e di far vedere che il nostro lavoro è arte ma anche un’attività imprenditoriale.
È importante tenere insieme queste due anime, altrimenti serve solo a dare gambe ad altre storie. Più riusciamo a essere strutturati, più possiamo raccontare tante storie e farlo anche bene. Questo è quello che vorrei fare.
È sempre difficile dare un consiglio. Direi che, pur con tutte le sue problematiche, non ci sono mai state così tante opportunità come oggi di raccontare storie. La tecnologia è accessibile e c’è la possibilità di entrare facilmente in rapporto con altri professionisti che fanno questo lavoro attraverso tanti sistemi.
Penso che sia veramente un momento per sperimentare, per lanciarsi e provare a scrivere, girare e far vedere le proprie storie.
A chi voglia iniziare a fare film, il consiglio è sempre quello di iniziare a farli. Prendere anche nel piccolo e girare, raccontare delle storie, scrivere, farle vedere, proporle. Ci sono tanti festival belli nelle Marche in cui c’è attenzione agli autori e alle piccole realtà.
Oggi, per quanto il mercato sia difficile, ci sono tante opportunità per chi ha delle storie da raccontare. Il consiglio è mettersi insieme con le persone che si hanno attorno e iniziare a farlo. Poi piano piano si migliora, si capisce, si corregge il tiro.
Proprio su tutti i livelli, quello che penso di aver fatto con L’ultima Isola è stato questo: quando il desiderio di raccontare una storia è forte, in qualche modo si arriva alla fine, si riesce a realizzarla. Questo è il piccolo consiglio che posso dare.
A cura di Leonardo Nicolì