Mestieri del cinema – Francesca Menichelli, prop maker

Dal design industriale al cinema: Francesca Menichelli ci racconta l'arte della creazione tattile

Dalle Marche ai set cinematografici internazionali di "Blade Runner 2049" e "Terminator: Dark Fate", la carriera di Francesca Menichelli rappresenta un esempio straordinario di come la passione possa trasformare un percorso apparentemente lineare in una storia di creatività nomade e versatilità artistica. Il suo percorso professionale è un viaggio attraverso materiali, tecniche e culture diverse.

In questa intervista, Francesca ci racconta come ha trasformato la sua formazione in design industriale in una professione che fonde prop making, costume design e pittura scenica. Mantenendo sempre al centro l’importanza del lavoro manuale e della sperimentazione con i materiali.

Hai studiato design industriale all’ISIA di Faenza, ma poi hai scelto un percorso molto diverso. Cosa ti ha spinto a “tradire” questa formazione accademica per entrare nel mondo della fabbricazione artistica per il cinema?

È stato un processo naturale, quasi un ritorno alle cose che all’inizio avevo messo da parte. Ho scelto il design per ragioni pratiche. Sono sempre stata molto attratta dall’arte, ma mi sembrava troppo “aerea”, troppo alta e distante dalle mie origini familiari contadine. Ho quindi optato per qualcosa di più concreto e professionale.

Dopo la laurea di primo livello ho seguito il percorso di product design e durante il quinto anno, con un Erasmus all’estero, ho avuto finalmente la possibilità di entrare più in contatto con una mentalità progettuale di workshop, più manuale. Ho realizzato una collezione di costumi, pur senza un corso specifico all’università. È stato il momento in cui ho capito che il mio modo di lavorare è pensare con i materiali, sperimentare, piuttosto che seguire metodologie strutturate.

Il mondo del cinema è arrivato quando ero pronta, quasi per caso. Mi sono trasferita a Budapest senza un piano, dopo aver lasciato Londra perché non sentivo ancora quello come il mio posto. Lavoravo in un ostello e una ragazza mi ha detto di provare a mandare il curriculum nel settore cinematografico. Sono stata folgorata da questo mondo veloce, dove i progetti sono relativamente brevi. Ho cominciato con la pubblicità per poi arrivare ai lungometraggi, trovando finalmente il mio posto.

Ti sei spostata molto e hai trasformato questa instabilità geografica in un punto di forza professionale, con esperienze in Germania, Olanda, Ungheria e Inghilterra. Quale di queste esperienze ti ha insegnato di più?

Le esperienze in Germania e Olanda sono state brevi. Ho fatto un Erasmus Placement due mesi in Germania e quattro in Olanda. Nonostante la durata limitata, sono state esperienze che mi hanno dato tantissimo perché ho imparato l’importanza del “comincia a sperimentare” anche senza sapere esattamente la direzione da prendere, una libertà che in Italia non avevo mai trovato.

L’Ungheria è stata una svolta, è lì che sono entrata nel mondo del cinema. Ho lavorato in produzioni molto importanti come Blade Runner 2049, Terminator Dark Fate, Dune e altri grandi progetti. Sono stati sei anni e mezzo molto intensi.

mestieri cinema francesca menichelli

L’Inghilterra ha rappresentato l’età della maturità. Sono arrivata due giorni prima della Brexit, dopo essere ritornata in seguito a un anno prima: un periodo molto impegnativo, in cui ho lavorato nel mondo della moda a Londra, dove mi ero creata il mio giro di collaborazioni. Dopo questo anno di “deviazione professionale”, mi sono di nuovo cimentata nella manifattura artistica, che ho scoperto calzarmi molto meglio della moda.

Puoi raccontarci quali sono state le sfide più grandi e quanto margine espressivo resta per chi lavora dietro le quinte in grandi produzioni come Blade Runner 2049 e Terminator Dark Fate?

Nel cinema, la gerarchia creativa parte dal regista passando per il production designer e i concept artist, fino ad arrivare ai prop maker, che materializzano le idee. Il mio ruolo consiste nel prendere le indicazioni del concept artist e trasformarle in oggetti concreti.

La mia creatività sta nel testare materiali, scegliere tecniche e proporre soluzioni pratiche. Nelle produzioni importanti c’è più tempo per fare numerose prove e test e spesso puoi dare suggerimenti per migliorare il risultato finale.

Puoi descriverci la fase del test dei materiali così importante per te? Come ti comporti in questo processo e c’è un materiale che apprezzi maggiormente?

I materiali sono illimitati, quindi una fase di sperimentazione e selezione è spesso parte del processo. Ho realizzato di tutto: da trappole per conigli, a preservativi preistorici, passando passando per il diorama di un pazzo che voleva ridisegnare il mondo.

Il catalogo è virtualmente infinito e spazia da creazioni in gommapiuma fino a manufatti che impiegano materiali edili e agricoli o presi in prestito dagli ambiti più impensabili. I materiali che amo di più sono le imbottiture e i tessili. Mi piace cucire elementi morbidi, imbottiti – per esempio venero e ammiro le sculture tessili di Louise Bourgeois.

Uno dei prop realizzati da Francesca

L’atto del cucire e dell’assemblare mi affascina soprattutto quando si rifà a tecniche femminili antiche, con tempi di realizzazione lenti, che risultano in manufatti che evidenziano i segni del lavoro manuale e delle sue imperfezioni. È proprio in quel fare a mano, arcaico e autentico, che trovo la mia vera espressione.

Non sono una model maker che fa cose digitali. Qualunque cosa io fabbrichi parte da materiali che lavoro a mano o con macchinari, non delego al digitale. Per diversi anni ho vissuto questo come una mancanza, ma adesso ho visto quanto sono apprezzate le mie abilità e sento di avere lo spazio per poterle esprimere.

Nel tuo percorso hai deciso di non scegliere tra prop making, costumi e pittura scenica, hai sempre fuso queste tre arti. Come riesci a farle convivere senza che una sovrasti l’altra?

Per anni ho pensato fosse una debolezza non scegliere: il detto “jack of all trades, master of none” mi sembrava calzare perfettamente. Detestavo quando mi chiedevano “che lavoro fai?”, perché sentivo che la mia competenza appariva dispersa.

Negli ultimi anni invece ho scoperto come questa versatilità possa essere un mio vantaggio. Le piccole e medie aziende apprezzano chi sa muoversi tra reparti diversi e il mio percorso multidisciplinare è diventato un mio punto di forza.

L’etica del lavoro e la capacità di fare un po’ di tutto rappresentano un plus reale e questa dimensione aziendale che ti permette di spaziare senza filtri, la sento molto nelle mie corde. Ho smesso di sentirmi inferiore a chi, per esempio, ha scelto di specializzarsi in un solo ambito. So che il mio valore risiede proprio nella combinazione delle mie competenze.

Quando ricevi indicazioni da un regista o un production designer, hai un approccio più visivo/teorico o tattile/concreto?

Decisamente tattile e concreto. Amo la challenge del materiale: quando qualcuno mi chiede di ricreare un effetto impalpabile o atmosferico, la mia mente va subito al pratico: quali pezzi usare, quale materiale scegliere, come tagliarlo e assemblarlo. Questo è il lavoro che mi entusiasma, mi piace pensare al concreto.

C’è stato un periodo in cui sognavo la fase ideativa, attratta dalla visione di chi crea mondi, ma col tempo ho capito che non è la mia strada. La mia vera passione è la sfida concreta del materiale.

Come si porta dietro questa identità marchigiana in un settore così internazionale? C’è qualcosa del territorio che riconosci nel tuo approccio?

Non avendo mai lavorato nelle Marche, essendo partita e avendo studiato fuori, non so quanto la mia provenienza emerga consapevolmente. Mi piacerebbe che qualcuno dall’esterno me lo facesse notare, perché forse aspetti che per me sono scontati fanno in realtà parte della mia poetica senza che me ne accorga.

Quello che noto, però, è che spesso nei miei lavori utilizzo materiali che arrivano dal mondo agricolo come reti ombreggianti, materiali da serra… Attrezzi che ho visto fin da bambina.

I miei genitori hanno sempre lavorato in questo settore e anche se per anni ho rigettato quel mondo, perché lo sentivo limitante, alla fine è tornato a galla proprio attraverso i materiali. È sorprendente come certi ricordi d’infanzia riaffiorino senza che tu li cerchi.

Vedi delle potenzialità delle Marche come location cinematografica? Come si può migliorare ancora?

Assolutamente sì. Non conosco a fondo l’industria italiana, non ho mai lavorato a Roma o Milano, ma sono convinta che l’Italia e le Marche abbiano un patrimonio di paesaggi e edifici straordinario. Ho sentito che la regione sta ricevendo nuovi fondi per il cinema e credo sia una grande opportunità.

Spesso le Marche appaiono come una regione “silenziosa”, messa in ombra da realtà più note. Ecco, credo che il vero ostacolo sia questo: far emergere le risorse che ci sono, ma che restano invisibili agli occhi di molti.

Come sta evolvendo il ruolo del prop maker con le tecnologie digitali e la questione sostenibilità?

Senza giri di parole: il nostro lavoro è poco ecologico. Personalmente adoro usare materiali riciclati, raccogliere oggetti trovati per strada e trasformarli, ma nelle grandi produzioni questo approccio è spesso trascurato perché è più semplice comprare tutti materiali nuovi.

Altri prop per l’allestimento di una vetrina targata Hermés

Si parla molto di sostenibilità, ma credo che sia quasi incompatibile con il nostro mestiere. Paradossalmente la CGI sembra una soluzione più green perché, se puoi creare digitalmente una nave, risparmi materiali e risorse. Ma al tempo stesso, questo porta a un appiattimento della qualità visuale dei progetti cinematografici in questione. La realizzazione manuale dona una grazia e un calore agli oggetti di scena con le quali il CGI, per il momento, non è in grado di competere.

Ho notato che, più grandi sono le produzioni, più vogliono oggetti reali. Li pretendono ben fatti, capaci di invecchiare sul set e sembrare autentici. L’imperfezione del fatto a mano diventa un valore. Il regista Denis Villeneuve, per esempio, ha dedicato quasi cinque anni ai primi due capitoli di Dune. Un investimento enorme, ma la differenza si vede.

Cosa consiglieresti ai giovani che sognano di fare il tuo mestiere?

Il processo di formazione è così personale che è difficile dare consigli. Gli direi solo: non imitate gli altri. Ispirarsi è una cosa, emulare è un’altra. Imparate a convivere con le incertezze. Gli anni tra i venti e i trenta sono fatti per sperimentare.

Non abbiate fretta di sapere tutto subito, prendetevi il tempo per zigzagare. Se potessi tornare indietro di vent’anni, direi a me stessa: gioca, non c’è tutta questa pressione. Anche se passi due anni a fare una cosa e due a farne un’altra, il cerchio alla fine si chiude. L’importante è mantenere un’attitudine aperta.

Qual è la differenza sostanziale tra ambiti diversi come cinema, pubblicità, window display? E come cambia il tuo approccio?

Il cinema offre progetti lunghi, più tempo e stabilità. La pubblicità, invece, è velocissima: una settimana, massimo tre. È un’esplosione di energia,in un colpo solo e a me diverte molto.

Uno dei bozzetti realizzati da Francesca Menichelli

Il window display è un’altra storia, dove il dettaglio è tutto, perché lo spettatore guarda da vicino. Nel cinema puoi calibrare il livello di perfezione a seconda che l’oggetto sia sullo sfondo o in primo piano.

Mi piace lavorare in tutti e tre i campi, perché così non mi annoio mai. In fondo ho capito che la mia felicità non dipende da quanto importante sia il progetto in cui sono coinvolta, ma piuttosto dall’entusiasmo che riesco ad esprimere nello stesso. E il mio entusiasmo si alimenta della varietà dei progetti in cui lavoro.

C’è un progetto ideale, anche utopico, che sogni di realizzare?

Ho un sogno legato alla fotografia di moda editoriale di alto livello. Per me quella è pura magia: mondi costruiti attorno all’immaginario di un abito. Mi piacerebbe realizzarne uno nelle Marche, mescolando alta moda e tradizione locale, utilizzando scenari locali, e coinvolgendo aziende del territorio.

Quando passo davanti a vecchie cisterne arrugginite immagino una modella con un vestito di Gucci sospesa lì, in contrasto con l’ambiente. Vorrei impiegare tessuti agricoli delle serre di mio padre e con motivi ricamati della tradizione, intrecciando mondo rurale e cultura agricola con l’alta moda.

Questo sarebbe il mio Nirvana creativo: la fusione di interessi e competenze coltivate per anni che si fondono in un progetto profondamente intimo e personale.

C’è un materiale che non hai mai provato ma che vorresti utilizzare? E se dovessi realizzare un oggetto che rappresenti lo spirito delle Marche, cosa sarebbe?

Più che un materiale, mi piacerebbe approfondire la costruzione dell’abbigliamento. Ho sempre creato costumi, ma senza una formazione accademica e quindi non mi sento abbastanza sicura. Vorrei dedicare un periodo per acquisire quelle basi.

Quanto all’oggetto simbolico delle Marche, non ci avevo mai pensato. Per rispondere dovrei chiudermi in un workshop con materiali a disposizione e tempo per sperimentare. Sicuramente verrebbe fuori qualcosa che attinge alla nostalgia, che so di portarmi dentro.

Quando l’incertezza diventa opportunità, e la diversificazione un punto di forza

Ciò che colpisce maggiormente di Francesca è la sua capacità di intrecciare radici e futuro: i materiali agricoli dell’infanzia marchigiana diventano elementi nei film di fantascienza e la manualità si trasforma in linguaggio universale.

Il suo mestiere racconta di come il talento e la fiducia nei propri istinti creativi possano trovare espressione attraverso percorsi non convenzionali, e portare fino ai grandi set internazionali.

Francesca rappresenta una nuova generazione di artigiani, capaci di coniugare tradizione e innovazione, manualità e visione globale. E ci ricorda che dietro ogni grande film c’è sempre il lavoro paziente e appassionato di chi sa trasformare l’immaginario in realtà tangibile, una cucitura alla volta.

A cura di Leonardo Nicolì

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