Mestieri del cinema – Elisa Magnesi, graphic designer
Tra i suoi crediti: le serie "The Bad Guy" e "M. Il figlio del secolo", e il film "Duse" di Pietro Marcello.
C'è chi si occupa degli attori, chi della luce, chi della macchina da presa. E poi c'è chi si assicura che il giornale sul tavolo di una scena ambientata negli anni '30 sia tipograficamente credibile, che l'insegna del negozio sullo sfondo abbia il font giusto, che ogni foglio di carta nell'ufficio di un personaggio racconti qualcosa di lui.
È il lavoro della graphic designer per il cinema: una figura ancora poco conosciuta in Italia, ma fondamentale nell’industria internazionale.
Elisa Magnesi, classe 1993, è nata a Urbino e cresciuta a Calcinelli di Colli al Metauro, vicino Fano (PU), figlia di tipografi. Vive a Roma da quando aveva 19 anni e ha costruito la sua carriera lavorando su produzioni di grande rilievo: dalla serie Amazon “The Bad Guy” alla serie Sky “M. Il figlio del secolo“, diretta da Joe Wright, fino al film “Duse” di Pietro Marcello e alla produzione di “Artificial“, il nuovo film di Luca Guadagnino.
In questa intervista racconta il suo mestiere, il rapporto con le origini marchigiane e la sua visione sull’industria cinematografica italiana e internazionale.
Cominciamo dall’inizio: di cosa si occupa esattamente una graphic designer per il cinema?
Mi occupo a 360° di tutto ciò che è grafica all’interno dell’ambiente di un film o di una serie: insegne, loghi e brand fittizi, fabbisogni per arredamento come documenti, stampe, quadri o manifesti.
Il processo parte sempre da una fase di ricerca, condivisa con lo scenografo e il regista, e passa poi per la progettazione vera e propria, l’approvazione legale — che verifica che nulla leda marchi esistenti — fino agli esecutivi di stampa e al controllo del materiale in tipografia.
Nei progetti più piccoli seguo tutto in prima persona; in quelli più grandi collaboro con un team di più grafici di cui uno a capo del progetto (lead), uno o più assistenti e una persona dedicata solo ai graphic props, che assieme al prop master progettano e realizzano gli oggetti di scena.
Tendenzialmente lavoro a cavallo tra la fase finale della preparazione e le prime settimane di riprese, ma sui progetti più grandi il mio coinvolgimento si estende quasi fino alla fine.
Sei cresciuta a Calcinelli di Colli al Metauro, a pochi chilometri da Fano. Come si arriva a fare questo mestiere partendo da un piccolo paese delle Marche?
In modo del tutto inaspettato. Il Cinema – Teatro Flaminio di Calcinelli aveva chiuso negli anni ’80, non c’era una libreria né una galleria: ogni stimolo andava cercato altrove. La passione per il cinema è nata al liceo classico di Fano, grazie al mio professore di religione. Ero tra quegli studenti che avevano chiesto di non seguire le sue lezioni, finché non mi ha convinta a dargli una possibilità, spiegandomi che impostava le lezioni attraverso la visione di film d’autore.
Da lì ho scoperto che il cinema poteva farsi voce di cose più profonde. Subito dopo il liceo, a Roma ho trovato un corso di video design che univa cinematografia e motion graphics, e per anni ho fatto altro. È stato dopo la pandemia, stufa dei ritmi rigidi dello studio, che mi sono chiesta: chi progetta quelle grafiche così curate che vedo nei film americani? Esiste questa figura anche in Italia?
Ho capito che su certi progetti quella figura, sebbene non sempre, trovava spazio anche in Italia e mi sono messa alla ricerca di chi potesse concedermi un’occasione. L’ho trovato in Gaspare De Pascali, scenografo di Ravenna, che mi ha affidato “The Bad Guy” come primo lavoro. Da lì si è innescato tutto.
Tra tutti i progetti che hai seguito, quale ti ha fatto fare il salto di qualità più significativo?
Sicuramente “M. Il figlio del secolo“. Per la prima volta mi sono confrontata con un lavoro di ricerca storica molto approfondita, dove la precisione documentale contava più della creatività grafica. Ero inserita in un grande reparto e seguivo la seconda unità occupandomi di grafiche d’arredo per gli ambienti.
Ho capito quanto sia indispensabile lavorare in team su certi progetti: la ricerca di fonti storiche è un lavoro enorme che da soli non si può fare.
Altrettanto formativo, in modo diverso, è stato il film “Duse” di Pietro Marcello: ero l’unica grafica, responsabile di grafiche d’arredo, props e coperture scenografiche a grande formato. Su un film storico, senza un referente che controlli, la responsabilità di trovare le fonti giuste ricade interamente su di te. È un tipo di pressione che insegna molto.
Come funziona concretamente il tuo processo creativo, dall’incarico alla consegna?
Il primo passo è sempre un confronto con lo scenografo: palette cromatica, gusto, riferimenti visivi, come ha impostato la scenografia. Poi mi interfaccio con il reparto legale per capire quali risorse posso usare, cosa è consentito e cosa no, e imposto una lista di nomi e loghi da approvare prima di iniziare. Questa fase non mi entusiasma molto, ma se fatta bene risparmia molto lavoro dopo.
Poi si entra nel vivo: lavoro per priorità, seguendo il piano di lavorazione. La fase che preferisco è la ricerca dei riferimenti visivi, soprattutto quando il film è ambientato decenni fa e devo ricreare un immaginario che non esiste più.
Una volta sviluppate e approvate le grafiche, si passa agli esecutivi di stampa e alla gestione della tipografia, una fase più meccanica. Il lavoro si chiude con il controllo delle stampe e la consegna al reparto attrezzeria.
Hai lavorato con il team di Joe Wright su “M. Il figlio del secolo“. Quali differenze hai riscontrato tra il modo di lavorare anglosassone e quello italiano?
La differenza principale è la cultura delle opzioni. Un regista come Joe Wright pretende almeno due o tre varianti per ogni elemento — grafiche, oggetti di scena, arredi — perché vuole avere la possibilità di scegliere sul set. Questo significa budget più alto, più lavoro per tutti, e uno standard di qualità altissimo anche per le cose che non verranno mai inquadrate da vicino.
Le mie grafiche in “M” erano a volte visibili solo per frazioni di secondo, in scene d’azione. Eppure dovevano essere coerenti visivamente e nel contenuto, perfettamente realistiche. Su produzioni italiane, lo stesso tipo di materiale — fogli d’arredo, documenti di scena — raramente richiede quel livello di precisione.
Non è un giudizio negativo, è semplicemente un approccio diverso, spesso dettato dai budget disponibili.
Tua madre e tuo padre gestiscono una tipografia nelle Marche. Quanto ha influito questo sulla tua idea di lavoro?
Più di quanto pensassi. Ho lasciato le Marche a 19 anni, ma ho trascorso l’infanzia in tipografia — lì si stava mentre i miei lavoravano. Ho osservato come trattavano i clienti, l’attenzione ai dettagli, la cura per fare le cose bene anche quando richiedeva più tempo.
Quella meticolosità l’ho fatta mia, e la applico anche quando non me la chiedono esplicitamente. Il parallelismo con il mio lavoro, tra l’altro, è quasi grottesco: sono partita per allontanarmi e sono finita a fare cose che passano in tipografia ogni settimana.
Le Marche ti mancano? Ti ci vedi a lavorare da qui in futuro?
Sì, e ci penso sempre di più. Ho già sperimentato che su alcuni progetti è possibile lavorare a distanza. Avendo anche la mia famiglia qui, le condizioni ci sarebbero. Probabilmente è una prospettiva più adatta a una fase della vita in cui vorrò rallentare un po’ i ritmi romani.
Se tornassi, però, non mi limiterei a lavorare. Vorrei contribuire alla vita culturale del territorio. Mi manca una piccola sala cinematografica con una programmazione costante. Il modello della cineteca, anche solo con due proiezioni a settimana. Bologna è a un’ora e mezza di strada, non ci vai ogni giorno. Pesaro si sta muovendo bene, festival come la Mostra del Nuovo Cinema e Incanto Film Festival sono un segnale positivo.
Ma si potrebbe fare molto di più, soprattutto sul fronte della formazione professionale: dare un’alternativa a chi non ha le risorse per trasferirsi a Roma o in un’altra grande città, e avviare un percorso nel cinema restando vicino a casa.
Qual è, secondo te, il principale ostacolo allo sviluppo culturale delle Marche?
È un territorio meraviglio ma frammentato, poco densamente popolato. Penso a Urbino: una città meravigliosa, incastonata tra le colline, raggiungibile praticamente solo in auto. Mio padre faceva parte del comitato che proponeva di trasformare la vecchia ferrovia Urbino-Fano in una pista ciclabile, riqualificandola. Prima di parlare di offerta culturale, bisogna che le persone riescano a muoversi.
Cosa alimenta la tua ispirazione?
Andare al cinema è il mio esercizio principale, ci vado almeno due volte a settimana. Non ha senso avere un solo maestro di riferimento: bisogna stare in contatto con tutto quello che viene prodotto oggi, e parallelamente recuperare il cinema del passato.
Detto questo, Wes Anderson è il riferimento assoluto per il mio campo: nessuno come lui usa la progettazione grafica come strumento narrativo e atmosferico. La sua collaboratrice Annie Atkins ha scritto un libro, Fake Love Letters, che è stato il mio primo manuale di studio autodidattico. So che Atkins tiene anche workshop, per chi vuole approfondire!
Più in generale, tutto confluisce nel lavoro: andare a mostre, fotografare, viaggiare, osservare i posti e le persone. La grafica è un contenitore enorme: più sei curioso, più hai materiale a cui attingere.
Consigli per chi volesse seguire questa strada?
Prima di tutto: costruite la rete di relazioni. Questo settore funziona così, le opportunità nascono dalle persone, non dalle email a freddo. Individuate gli scenografi, preferibilmente giovani e aperti a collaborare con figure nuove, e cercate occasioni concrete di incontro.
Secondo: curate il portfolio. Avere un sito web fa una differenza concreta rispetto a un PDF allegato: dà un’immagine più professionale e permette a chi vi cerca di navigare il vostro lavoro. All’inizio può andare bene anche solo il PDF, ma appena avete abbastanza materiale, investite in un sito.
Terzo: siate pronti a provenire da percorsi trasversali. Non esiste un corso specifico per fare questo lavoro. Io venivo da anni di grafica in altri settori. Ciò che conta è avere le competenze e trovare qualcuno disposto a fidarsi di voi la prima volta.
Tra i prossimi progetti di Elisa ci saranno “Artificial” di Luca Guadagnino e “Il dio dell’amore” con Vinicio Marchioni, Vanessa Scalera, Corrado Fortuna, Anna Bellato e Isabella Ragonese che aprirà il Bari International Film Festi 2026. Non vediamo l’ora di vedere le sue opere sul grande schermo.
Annunciati gli esiti del bando regionale, uscito nel giugno scorso a sostegno alle produzioni audiovisive, del piano complessivo di investimenti della Regione Marche sul PR FESR 2021-2027. Sono stati selezionati 7 lungometraggi e 1 serie televisiva, per un totale di investimento di 2 milioni di euro, opere che producono un indotto economico diretto e indiretto nelle Marche di oltre 7 milioni di euro.
Elisa Magnesi lavora come graphic designer per il cinema e la televisione, con base a Roma. Tra i suoi crediti: "The Bad Guy" (Amazon Prime Video), "M. Il figlio del secolo" (di Joe Wright, in onda su Sky), "Duse" (regia di Pietro Marcello).
In collaborazione con il Filmmaker Festival, il 28 febbraio il Cinema Azzurro di Ancona ospita un appuntamento speciale dedicato al cinema documentario contemporaneo: la proiezione del documentario di Emma Onesti, inserita nel programma del progetto "Whats Up Doc" realizzato con la partecipazione di Marche Film Commission.
Il 26 febbraio 2026, le Marche ospiteranno due proiezioni speciali di "La terza volta", film d'essai di Gianni Aureli presentato alla Festa del Cinema di Roma. Gli appuntamenti sono al Multiplex2000 di Macerata (ore 20:30) e al Multiplex Super8 di Fermo (ore 21:30), con la presenza del regista e di parte del cast: Stefano Fresi e Sara Baccarini.
Una serata ricca di emozioni al Multiplex Giometti di Ancona con ospite l'attore Matteo Paolillo, protagonista del film di Valentina De Amicis "Io + Te", girato interamente tra Osimo, Sirolo, Numana, Ancona, Loreto e Porto Recanati.