A tu per tu con l’animatore Marco Ceccolini

L'animatore pesarese ripercorre il suo percorso: dagli studi a Urbino e alla vittoria a Visione Italiane nel 2025, fino all'esperienza con l'associazione Alma e alla nascita di Osso Collettivo.

Animarche, il distretto dell'animazione marchigiana promosso da Marche Film Commission, incontra l'animatore e regista marchigiano Marco Ceccolini.

Classe 2003, Marco Ceccolini si è formato alla Scuola del Libro di Urbino e al Corso Biennale di Perfezionamento in disegno animato e fumetto. Nel 2023 ha lavorato come animatore per “Invelle” di Simone Massi. Il suo primo cortometraggio, “Venire alla luce“, vincitore del Premio Pelliconi a Visioni Italiane 2025, esplora il legame tra maternità e cinema, vita e morte, attraverso la tecnica del rotoscopio.

L’animatore e regista marchigiano Marco Ceccolini

Il suo profilo incarna la vocazione dell’animazione marchigiana che Animarche si propone di promuovere. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il suo percorso: dalla Scuola del Libro di Urbino fino ai progetti futuri, passando per il cortometraggio premiato, il collettivo Osso e l’associazione Alma.

Qual è la tua formazione e che percorso hai seguito per approdare al cinema?

Ho studiato animazione alla Scuola del Libro di Urbino e poi ho scelto di continuare con il Corso di Perfezionamento, spinto anche dalla possibilità di conoscere Stefano Franceschetti, un professore che mi ha mostrato un modo di fare cinema a me estraneo e che mi ha anche aiutato a realizzare il mio film.

Alla Scuola del Libro venivamo messi a confronto coi grandi maestri del cinema, ed è servito a capire dove andare a livello personale. Si viene trattati come professionisti, in qualche modo, ed è lo stimolo più grande. Al Corso si è invece parlato molto di più di storia dell’arte e del cinema, letteratura e poesia, rispetto ad animazione e fumetto in senso stretto.

Un frame del cortometraggio “Venire alla luce” di Marco Ceccolini

Questo sguardo così ampio è stato fondamentale per plasmare il mio modo di vedere l’arte e il cinema. Stefano suggeriva sempre che per creare qualcosa di nuovo non bisogna limitarsi all’animazione, ma guardare a tutto ciò che è laterale ad essa, così è più probabile che nasca qualcosa di nuovo senza il rischio di creare una copia di ciò che esiste già.

Per il tuo film “Venire alla luce” quali sono stati la scintilla creativa, il processo di realizzazione, i temi che hai esplorato e la tecnica che hai utilizzato?

L’animazione è nata partendo da immagini che avevo realizzato negli anni precedenti e insieme a Stefano ho cercato di capire come collegarle, senza partire da una sceneggiatura, guidato da tre o quattro immagini cardine che mi “chiamavano”. I temi provengono da esperienze personali, ma ho lasciato sempre più spazio alle immagini mettendomi da parte. La maternità, che ho in mente da un po’, e il cinema per me sono molto legati: come una madre dà alla luce un figlio, un regista dà alla luce il suo film.

Il titolo “Venire alla luce” si riferisce infatti a entrambi questi tipi di luce, quella della vita e quella del proiettore in sala. Quanto alla tecnica, ho usato quella del rotoscopio, cioè ho ridisegnato e modificato video già esistenti, anche filmati da me. È stato un lavoro di collage, sia tecnico che creativo, un’associazione di immagini molto lontane tra loro, dissocianti, per provare a capire cosa c’era in mezzo. Stefano mi diceva spesso che i film, le storie, devono creare un problema, perché è difficile raccontare qualcosa quando va tutto bene.

I temi che tocchi sono molto densi, come li hai inseriti e resi all’interno della storia?

Nel film c’è un gioco di specchi tra il cinema, come oggetto che rivela una tragedia, e la sala cinematografica. Il contrasto è tra una mucca che cerca il suo vitellino, che trova poi morto, e una madre che allatta suo figlio in un cinema vuoto, un luogo che ho immaginato anche come spazio mentale.

Estratto del cortometraggio “Venire alla luce” di Marco Ceccolini

L’idea del finale, in cui il telo di proiezione cade, è arrivata solo dopo: nel momento più tragico, quando una madre vede attraverso il dolore di un’altra madre quale destino avrà un giorno suo figlio, il film non sa come proseguire, non regge più, e diventa quasi un personaggio che agisce. Non è un caso che, sempre per associazione di immagini, il lenzuolo che si vede dimenarsi  all’inizio del film assomigli proprio a questo telo, un corpo che alla fine cede. 

Oltre a Stefano Franceschetti hai avuto altri maestri o fonti di ispirazione?

Stefano è stato indispensabile nella fase creativa, mi ha affiancato e aiutato a capire quale direzione prendere e il film è nato parlando con lui ogni mattina prima di lezione. Cercavo di assorbire tutto quello che potevo, di ricordare e segnare tutti i nomi di artisti, scultori, scrittori, poeti che menzionava. Spero che almeno qualcosa, anche inconsciamente, sia entrato nell’animazione.

È stato lui, poi, a farmi notare che l’idea del telo che cade è simile a quella di Bergman, quando nel momento di massima tensione la pellicola si brucia. In effetti, sicuramente Bergman è stato d’ispirazione per il film, ma anche il teatro di Romeo Castellucci per il lavoro di montaggio e la creazione di un meccanismo che non segua le regole di questo mondo, ma ne crei delle altre. Quel senso di perdere i propri riferimenti e abbandonarsi a quello che vedi è una cosa che ricerco.

Il trailer ufficiale di “Venire alla luce” di Marco Ceccolini

Per l’animazione, tutta quella che viene da Urbino è un punto fondamentale. Ammiro molto Magda Guidi e Mara Cerri, e in generale le figure artistiche che utilizzano più mezzi, come Francis Alÿs e Diego Marcon, di cui sto approfondendo ultimamente l’idea di cinema. Infine anche Stefano Ricci, che ho conosciuto alla Scuola di Perfezionamento, un disegnatore incredibile e docente all’Accademia di Bologna, motivo per cui sono attualmente iscritto lì.

Che effetto ti ha fatto vincere il premio Visioni Italiane, un festival importante dedicato agli esordienti?

Non me l’aspettavo, e infatti non avevo preparato nulla da dire, ma è stato incredibile, un grande incentivo ad andare avanti. Infatti il giorno dopo la premiazione ero già a lavoro sulla nuova animazione. Avevo partecipato ad altri festival, anche con alcuni successi, ma questo è stato il primo premio così importante.

L’emozione è anche dovuta all’aver realizzato il film in autonomia, senza produzione, in un anno di lavoro a Urbino. È pazzesco che un progetto fatto in questo modo possa restituire così tanto.

In questo percorso di formazione ed esperienze hai maturato una tua personale idea di cinema?

Penso che il cinema, come l’arte in generale, sia un bellissimo gioco da guardare con attenzione, con senso critico. Forse nella realtà non potrà avere nessun effetto, non cambiare di molto le cose, però è anche quello il bello. L’inutilità dell’arte è una cosa molto affascinante, ma ho anche ventidue anni, devo ancora costruirmi un’idea chiara.

Nell’associazione di animatori marchigiani in cui sei coinvolto, Alma, e nel collettivo che hai fondato che esperienza hai avuto e quali sono i progetti futuri?

In Alma sono entrato durante il Corso di Perfezionamento e mi ha permesso di incontrare colleghi con motivazioni simili e di interagire con autori che studiavo da anni, come Magda e Mara. Ricevere la loro fiducia ha significato molto, ma l’aspetto più significativo è stato sicuramente avere un nuovo tipo di rapporto, non più tra “allievi” e “maestri” ma tra disegnatori, e tutto questo ha unito molto noi studenti.

Altro frame tratto dal cortometraggio “Venire alla luce” di Marco Ceccolini

Infatti, circa un anno fa ho fondato il collettivo artistico Osso Collettivo proprio con ex colleghi della Scuola del Libro. Stare insieme ci ha aiutati a superare la frustrazione del lavoro solitario dell’animazione tradizionale e a darci delle scadenze; il senso di responsabilità reciproca è prezioso.

Quali sono i progetti futuri, sia come artista individuale che come collettivo?

Ora sto lavorando individualmente a un’animazione che esplorerà ancora il tema del cinema e del video, in particolare il significato di filmare ed essere filmati. Vorrei focalizzarmi sulla violenza vista nel cellulare e sul filtro che normalizza le immagini, e l’argomento vita/morte sarà ancora centrale.

Il collettivo, invece, sta lavorando a un film che diventerà anche un libro stampato da noi. Nei mercatini che facciamo proiettiamo spesso le nostre animazioni, e da qui ci è venuta l’idea di sperimentare una doppia proiezione in contemporanea, utilizzando due schermi identici, che faccia produrre una terza immagine nella mente di chi guarda.

Estratto del cortometraggio “Venire alla luce” di Marco Ceccolini

La storia ruota attorno a un matrimonio, o un’unione generica, che non riesce a concludersi perché divisa fisicamente nei due schermi in cui ciascun amante è rinchiuso.

Stiamo anche sviluppando un’idea per un altro film basata su un testo scritto da Paola Boccarossa, un membro del collettivo, per farne anche in questo caso un’autoproduzione. 


Puoi seguire Marco Ceccolini e il suo lavoro su Instagram.

Marche Film Commission per il sostegno al cinema e all’audiovisivo

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