12.01.2026
Casting call: ruoli secondari per il film con Ornella Muti
Il casting si tiene venerdì 23 gennaio ad Ancona. Le riprese sono previste nei mesi di maggio e giugno 2026, nella provincia di Ancona, al Monte Conero e Sant'Elpidio a Mare (FM).
30.09.2025
In questa nuova stagione di Mestieri del Cinema, il focus si concentra sulle case di produzione attive nelle Marche. La prima che approfondiamo è YUK! Film, fondata nel 2014 dal regista e produttore Damiano Giacomelli (Tolentino, 1983). Tra i suoi lavori più noti, prodotti da YUK!, il lungometraggio "Castelrotto" (2019) e i cortometraggi "La strada vecchia" e "Spera Teresa", premiati in festival nazionali e internazionali. Giacomelli è inoltre tra i fondatori di Officine Mattòli, associazione culturale fondata nel 2010 che si occupa di formazione cinematografica.
Con la lucidità di chi conosce bene le difficoltà del settore ma anche con l’entusiasmo di chi continua a credere nella forza del racconto, Damiano Giacomelli dimostra che è possibile fare cinema di qualità anche lontano dai grandi centri produttivi.
Tra nuovi progetti, collaborazioni e attività formative, il suo lavoro con YUK! Film testimonia come le Marche possano diventare uno spazio di ricerca e possibilità per chi vuole confrontarsi con la settima arte in tutte le sue declinazioni. Un invito a guardare al cinema non solo come industria, ma soprattutto come linguaggio capace di reinventarsi, persino nelle province italiane.
Abbiamo incontrato Giacomelli per parlare di YUK!, del suo percorso, del legame con il territorio e delle prospettive del cinema indipendente.
Il primo contatto con il cinema, al di là dell’attività da spettatore, è nato durante la laurea triennale in comunicazione ad Urbino. Mi interessava l’aspetto giornalistico, ma c’era un esame di cinema che mi ha avvicinato al linguaggio cinematografico.

Durante un’esercitazione del corso, soprattutto in fase di scrittura e montaggio, è nata la passione per questa attività che ho sviluppato negli anni successivi frequentando un master in sceneggiatura. Un docente mi ha preso come assistente, ho scritto con un gruppo di lavoro a Roma progetti molto diversi tra loro, è stata una palestra formativa importante.
In parallelo al master realizzavo già diverse attività come filmmaker, come laboratori scolastici, servizi per RaiNews 24, per lo più video d’inchiesta e brevi documentari. Il cinema è un’attività che mette insieme diverse discipline inevitabilmente e ho appreso sul campo i primi rudimenti sia per le riprese che per il montaggio e le scelte di messa in scena, prima in campo documentaristico e poi gradualmente nei primi progetti di finzione.
Il passaggio dalle prime attività formative ai progetti che considero le mie prime regie per il cinema ha corrisposto anche a un ritorno nelle Marche. Qui ho trovato, a partire dal 2010, un territorio relativamente vergine nel campo dell’audiovisivo, ma con un bel potenziale: pochi mezzi economici ma grande libertà e margine di manovra per piccole produzioni.

“La strada vecchia” e “Spera Teresa” sono nati con piccoli budget ma con tutto il tempo per curarli dalla scrittura, farli maturare prima di entrare in produzione. Questi progetti, che hanno avuto un bel riscontro festivaliero, insieme al documentario “Noci sonanti“, hanno creato i presupposti per lavorare al primo lungometraggio.
Ho cercato di non fare mai il passo più lungo della gamba, è stata un’evoluzione progressiva, cercando sin dalla scrittura di prevedere anche il contesto produttivo, per rendere organici i progetti ai mezzi limitati a disposizione.
Il film ha avuto più di 200 proiezioni, con una tenitura regolare in 38 sale in tutta Italia. E poi ha partecipato a oltre 10 festival sul territorio nazionale. In circa 40 di queste proiezioni ero presente in sala per incontrare il pubblico, spesso accompagnato dall’attore protagonista Giorgio Colangeli e altri membri del cast.

È stata un’esperienza molto formativa, una vera masterclass di auto-distribuzione, impossibile da imparare se non sul campo. Il Torino Film Festival ci ha dato una bella mano all’inizio, poi durante il percorso critici e autori importanti che hanno apprezzato il film ci hanno aiutato a raggiungere nuove sale.
Assolutamente. Nella mia esperienza, credo che già la primissima fase di ideazione contenga già l’impianto artistico e produttivo del film. Una scrittura consapevole evita una serie di problemi che potrebbero porsi successivamente.
Questo non significa affatto sacrificare la componente libera e radicale della scrittura, tutt’altro, significa tener conto che la realizzazione di un’opera audiovisiva è un sistema complesso e non si può intraprendere senza una piena consapevolezza delle sue fasi. Prendersi tempo ed attenzione nelle fasi di scrittura e pre-produzione semplifica il lavoro successivo e lo ottimizza anche da un punto di vista economico.
Non mi considero un produttore ma innanzitutto un regista che gestisce una società di produzione. Questo fa sì che anche quando produco lavori che non dirigo, privilegio la natura specifica di un progetto e la visione che veicola.

Quando si lavora con piccoli budget mi sembra inevitabile dare centralità a questo aspetto, non considerare un film semplicemente come un pacchetto di consumo, ma anche come piena attività artistica, espressione di una visione del mondo attraverso il linguaggio cinematografico.
La società è nata nelle Marche e molti collaboratori risiedono in questa ragione. Questo non preclude le collaborazioni esterne quando derivano da un’esigenza organica collegata ai progetti. Per il documentario “I’m in Heaven” di Daniele Gaglianone ad esempio, la collaborazione con Malfè Film è stata naturale.
Daniele aveva già lavorato con questa società torinese e questo ci ha concesso anche di ottenere un cofinanziamento dato dal buon esito di un bando della Film Commission Torino Piemonte.
Non esiste una regola unica. Anche in Italia esistono documentari produttivamente più impegnativi, penso ad esempio all’ultimo di Gianfranco Rosi, e altri più piccoli. In linea di massima il documentario consente un’organizzazione più leggera e può concedere maggiore libertà creativa e cambiamenti in corsa.

Al tempo stesso anche la finzione si può approcciare in modo variegato, soprattutto quand’è vicina al cinema del reale. Penso ad esempio all’esperienza del cortometraggio “Spera Teresa“, progetto di finzione a tutti gli effetti che, pur nascendo da una sceneggiatura che abbiamo rispettato nei minimi dettagli, ci ha concesso un approccio produttivo leggerissimo, con un budget di soli €5.000.
Il centro di formazione Officine Mattòli nasce nel 2010, prima della società di produzione. La dimensione formativa è sempre stata uno stimolo per tenersi in allenamento, sperimentare soluzioni diverse, tenere viva la curiosità. C’è uno scambio immediato, meno rischioso per sperimentare linguaggi diversi.
Inoltre alcuni ex allievi di Officine Mattòli hanno fatto parte delle troupe dei miei lavori. Con YUK film! ad esempio ho prodotto “Terzo tempo” di Stefano Monti, che avevo conosciuto come allievo in Officine Mattòli, è stato naturale poi mettere in piedi il progetto insieme.
Le esperienze sono molto diverse e il termine “indipendente” ormai viene spesso utilizzato per produzioni molto diverse tra loro.
Il budget di “Castelrotto” ad esempio deriva da un bando della Marche Film Commission (2019), sponsor privati e tax credit ministeriale. Lo scorso anno abbiamo fatto un confronto con i budget ufficiali delle altre opere prime italiane uscite nel 2023 nei maggiori festival nazionali: Castelrotto è risultato essere di gran lunga il film meno costoso, pur avendo avuto un’efficacia distributiva superiore alla media di questi film.

Anche in questo caso, a partire dalla scrittura e dalla preproduzione ho tenuto conto della dimensione produttiva potenziale. Anche da questo è derivata la composizione di una troupe in maggioranza composta da professionisti all’opera prima nel loro ruolo, ma dotati delle motivazioni e delle competenze giuste. È anche questo un equilibrio da trovare per non fare il passo più lungo della gamba.
Con YUK film! realizziamo anche molti progetti su commissione come cortometraggi promozionali, documentari istituzionali, che poi ci consentono di avere le spalle un po’ più larghe quando si tratta di affrontare produzioni cinematografiche, che spesso sono soggette a tempi di gestione del budget piuttosto lunghi e quindi pericolosi per la sopravvivenza di una piccola società.
È l’unica strada. Come autore non ho mai visto con disdegno questi lavori perché ti consentono di prenderti la responsabilità di raccontare per terzi – mai banale – e capire cosa è fattibile e fin dove si può arrivare con le risorse disponibili. È un allenamento continuo per chi sceglie di fare un cinema leggero, con mezzi ridotti. Facendo esperienza si può crescere.
Pensando alla dinamica opposta, invece, ultimamente mi capita di discutere con altri professionisti riguardo progetti che si attivano con budget importanti, che però non vengono investiti sulle priorità del film, come se non ci fosse un rapporto sano tra l’opera e le pratiche che si adottano per realizzarla.
Abbiamo vissuto diverse fasi. Ricordo che nei nostri primi anni di attività le statistiche davano le Marche come penultime o terzultime tra le regioni italiane per investimenti sull’audiovisivo. Al netto della buona volontà di chi se ne occupava, era difficile costruire un sistema con risorse così limitate.
Negli ultimi anni, complice anche un crescente fermento di operatori del settore, sembra abbia preso maggiore centralità, in media con gli investimenti nazionali, e questo ha generato un clima più vivace, mi pare. Questo è positivo se porta a una maggiore consapevolezza del settore produttivo e non solo una corsa alla singola opportunità.
Mi pare ci sia stato un periodo difficile, che tarda a concludersi, credo in parte legato alle nuove norme sul tax credit, che ha creato difficoltà soprattutto alle produzioni medio-piccole.

Al di là di questo, diversi elementi mi fanno pensare che siamo in un buon periodo per sperimentare pratiche alternative per fare cinema, sfruttando le tecnologie più leggere e prestanti a disposizione e una ritrovata attenzione, testimoniata da festival, premi e sempre più spesso anche botteghino, per un cinema del reale che abbia un rapporto diretto con i luoghi, gli esseri umani e le comunità coinvolte, mettendo in secondo piano una certa idea di struttura cinema pesante e troppo spesso fine a sé stessa.
Il documentario di Gaglianone sta iniziando montaggio e post-produzione. Sto iniziando a lavorare su un altro cortometraggio documentaristico di un giovane autore. Come autore poi sono in montaggio con un documentario prodotto da Invisibile Film di Milano. In queste settimane sto iniziando a ragionare su un possibile secondo film di finzione, dopo aver chiuso l’iter produttivo e distributivo di “Castelrotto“.
Per quanto riguarda gli aspiranti autori, capire se c’è un’urgenza di raccontare qualcosa attraverso il linguaggio cinematografico. E provare a farlo, anche con pochi mezzi, senza perdere la dimensione del gioco.
A cura di Leonardo Nicolì